La nascita del concetto di Purgatorio

Il concetto di Purgatorio nacque con lo scopo di rendere più sfumato e giusto il destino degli uomini dell’aldilà. Chi si pentiva in punto di morte, dopo un periodo più o meno lungo di purificazione avrebbe potuto accedere al Paradiso: il che permise mercanti agli usurai di svolgere il loro lavoro, senza più timore della dannazione eterna.

Quando, nello sviluppo dell’Occidente dall’Anno Mille al XII, gli uomini di Chiesa giudicarono insostenibile l’opposizione semplicistica tra paradiso e inferno, e quando si ebbero tutte le condizioni per definire un terzo luogo dell’aldilà, in cui i morti potevano essere purificati dal loro residuo di peccati, fece la sua apparizione una parola, purgatorium, per indicare questo luogo alfine identificato: il purgatorio. […] Esso riflette una tendenza generale a evitare il affrontamenti dovuti a un dualismo riduttivo, distinguendo, tra gli estremi del bene del male, del superiore inferiore, dei mezzi, degli intermediari e, tra i peccatori, i non del tutto buoni né il tutto cattivi—distinzione agostiniana—che non sono destinati, nell’immediato, né al paradiso né all’inferno. Se si sono pentiti sinceramente prima di morire, se
sono ormai carichi di soli peccati veniali e di residui di peccati mortali deplorati, se non del tutto cancellati dalla penitenza, essi non sono condannati in eterno, ma temporaneamente. Resteranno in un certo periodo in un luogo chiamato purgatorio, in cui soffriranno pene paragonabili a quelle dell’inferno, anch’esse inflitte da demoni. La durata di questo penoso soggiorno in purgatorio non dipende solo dalla quantità di peccati che hanno ancora su di sé al momento della morte, ma anche dall’affetto dei parenti. Questi—parenti carnali acquisiti, confraternite di cui facevano parte, ordini religiosi di cui sono stati benefattori, santi per i quali avevano manifestato una particolare devozione—potevano abbreviare il loro soggiorno in purgatorio con le proprie preghiere, le proprie offerte, la propria intercessione, accresciuta solidarietà tra vivi e morti. I morti beneficiavano anche, nel purgatorio, di un supplemento di biografia […]. Soprattutto, erano certi del fatto che, uscendo dalle prove purificatrici, sarebbero stati salvati, sarebbero andati in paradiso. Il purgatorio in effetti non ha che un’uscita: il paradiso. L’essenziale si gioca quando il morto viene mandato in purgatorio. Egli sa che alla fine sarà salvato, al più tardi al momento del giudizio universale. […]
La speranza, e presto la quasi-certezza, per l’usuraio disposto il pentimento finale, è di essere salvato, cioè di poter ottenere al tempo stesso la borsa, quaggiù, la vita, la vita eterna nell’aldilà. […] Un usuraio in purgatorio non fa il capitalismo. Ma un sistema economico non ne sostituisce un altro che alla fine di una lunga corsa a ostacoli di ogni sorta. La storia sono gli uomini. Iniziatori del capitalismo sono gli usurai, mercati dell’avvenire, mercanti di quel tempo che, fin dal XV secolo, Leon battista Alberti definirà denaro. Questi uomini sono dei cristiani. Ciò che li trattiene sulla soglia del capitalismo non sono le conseguenze terrene delle condanne dell’usura fatte dalla Chiesa; è la paura, la paura angosciosa dell’inferno. In una società in cui ogni forma di coscienza è una forma di coscienza religiosa, gli ostacoli sono in primo luogo—o in ultima istanza—religiosi. La speranza di sfuggire all’inferno grazie al purgatorio permette all’usuraio di far avanzare l’economia e la società del XIII secolo verso il capitalismo.

—J. Le Goff, La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere

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