La romanzata epopea della riscoperta di Vivaldi

vivaldi[…] Nel secolo XVIII, a Torino esisteva un’eccellente orchestra di corte […]. Durante le guerre napoleoniche l’orchestra emigrò in Sardegna con la corte; ma l’enorme archivio musicale non fu possibile portarlo appresso. Esso venne pertanto nascosto—e così bene, purtroppo, che dopo il rientro non fu più possibile ritrovarlo. Secondo certe tradizioni orali esso doveva giacere in un qualche convento piemontese. [Alberto] Gentili, [titolare della cattedra di Storia della Musica a Torino,] lo ricercò per interi decenni, raccogliendo con perseveranza impareggiabile qualsiasi notizia potesse concernere antichi manoscritti musicali. E credette di essere giunto al traguardo delle sue ricerche quando, nell’autunno del 1926, monsignor Emanuel, rettore del collegio salesiano San Carlo di San Martino Monferrato, si rivolse alla Biblioteca Nazionale torinese con la preghiera di valutargli una collezione di antiche musiche, stampate e manoscritte. I Salesiani erano costretti a venderla per poter effettuare gli indispensabili lavori di restauro del loro collegio e, fra l’altro dei locali un tempo abitati da don Bosco. La collezione comprendeva non meno di 95 volumi, fra cui partiture manoscritte di Antonio Stradella e 14 volumi di opere di Vivaldi. I Salesiani avevano ricevuto in dono tali tesori dagli eredi d’un certo marchese Marcello Durazzo, genovese. […] Nel 1765 [Giacomo Durazzo] venne mandato a Venezia in qualità di ambasciatore austriaco con un cospicuo stipendio, prese dimora in un sontuoso palazzo con teatro privato e nel 1771 dimostrò ancora una volta la sua sicurezza di giudizio prestando appoggio al giovane Mozart. Ma, soprattutto, ora egli si dedicava all’attività di collezionista; tanto che nel 1784 il suo amico conte Bartolomeo Benincasa poteva pubblicare, a Parma, una Descrizione della raccolta di stampe del Sig. Conte Jacopo Durazzo, esposta in una dissertazione sull’arte dell’intaglio a stampa. È presumibile che Durazzo acquistasse all’Ospedale di Pietà, dove Vivaldi aveva prestato servizio per quasi quarant’anni, le opere, ormai inutilizzate, del Maestro.

Bastò a Gentili sfogliare il primo volume della collezione per capire quali tesori fossero stati sottoposti alla sua valutazione. Per tenerli nascosti—e soprattutto in una sede da ci fosse possibile restituirli all’uso pratico e scientifico—si doveva assolutamente impedire che finissero nelle mani dell’antiquario già prescelto come sensale. Non essendo i mezzi ordinari della Biblioteca torinese sufficienti all’acquisto, Gentili si mise alla ricerca di un mecenate privato. Ma era impresa, questa, da condursi con la massima riservatezza per evitare il rischio che sbucasse qualche ricchissimo cacciatore di manoscritti straniero. Dopo numerosi tentativi inutili, finalmente la fortuna gli arrise: il banchiere torinese Roberto Foà si dichiarò disposto ad acquistare la collezione e a farne dono alla Biblioteca Nazionale di Torino, in memoria del figlio Mauro, morto in tenera età. Acquisto e donazione vennero conclusi il 15 febbraio 1927, e la donazione fu ratificata dal governo italiano il 23 marzo dello stesso anno. Il 28 gennaio 1928 alcune opere della collezione Mauro Foà ritornarono per la prima volta alla vita in un «Concerto di musiche antiche italiane» che Gentili e il «Gruppo Universitario Musicale» organizzarono a Torino con il concorso di artisti di prim’ordine.

Studiando meglio la collezione, Gentili fece un’altra scoperta elettrizzante: le partiture di Vivaldi, rilegate in pesante cuoio di maiale, erano progressivamente numerate secondo il genere delle opere; ma di alcuni generi mancavano le cifre pari, di altri le cifre dispari, e Gentili ne dedusse che la collezione originaria, le cui dimensioni dovevano essere esattamente il doppio, fosse stata divisa tra due eredi. Con Torri, [direttore della Biblioteca torinese,] decise allora di ricercare sistematicamente la parte mancante. Quest’impresa richiedeva scaltrezza e cura ancor maggiori della prima, perché frattanto le solite notizie “sensazionali” erano state diffuse dalla stampa di tutto il mondo. L’incarico di ricostruire la genealogia della famiglia Durazzo, anche nei rami collaterali, e di ricercarne i membri ancora viventi fu affidato a un esperto archivista, il marchese dottor Faustino Curlo il quale, appartenendo egli stesso ad una famiglia patrizia genovese, possedeva i migliori requisiti per assolvere a tale compito. Con l’aiuto della polizia e con molta fatica riuscì a rintracciare a Genova un estremo rampollo dell’illustre famiglia, un vecchio misantropo strambo che nelle sue faccende personali si lasciava consigliare unicamente da alti prelati. Curlo trovò una via per giungere al confessore del vecchio, il padre gesuita Antonio Oldra, e questi, sempre con grande fatica, riuscì a stabilire un rapporto personale tra i due. Il marchese Giuseppe Maria era effettivamente un nipote di quel Durazzo da cui provenivano i manoscritti vivaldiani del collegio San Carlo; aveva ereditato dal padre una grande ma disordinatissima biblioteca mai controllata da nessuno, essendone l’accesso severamente interdetto alla stessa servitù della casa per una maniaca paura dei ladri. La situazione ereditaria della famiglia lasciava sperare che in quella biblioteca si trovasse realmente la parte mancante della grande collezione Durazzo. Il marchese Giuseppe era però furioso contro i Salesiani che, secondo lui, non avrebbero avuto alcun diritto di vendere i manoscritti in loro possesso. Mediante pazienti trattative e sempre con l’aiuto del padre confessore, passo dopo passo, Curlo riuscì a ottenere dal vecchio l’accesso alla biblioteca e il permesso di studiare eventuali manoscritti musicali ivi giacenti. Dopo quasi tre anni di sforzi, tenuti gelosamente segreti, il marchese Durazzo, con uno scritto del 30 gennaio 1930, acconsentì alla vendita della seconda parte della collezione rinvenuta in casa sua, sempreché si trovasse un mecenate disposto a farne dono alla Biblioteca Nazionale di Torino. Gentili intraprese allora per la seconda volta la sua rogazione ed ebbe di nuovo fortuna: il fabbricante di tessuti torinese Filippo Giordano si dichiarò disposto a versare la somma richiesta; e gli atti di acquisto e di donazione vennero stesi il 30 aprile 1930. Un singolare destino aveva voluto che anche il Giordano perdesse un figlio in tenera età, cosicché le due parti della raccolta sono da allora riunite a Torino e rispettivamente intestate a «Mauro Foà» e a «Renzo Giordano». I volumi sono siglati da un medaglione con la graziosa effige dei due bimbi a mezzo busto.

Ma il vecchio marchese Durazzo continuò a contendere i suoi manoscritti anche oltre la morte. Una delle condizioni da lui poste era il perenne divieto di pubblicazione—e perciò anche di esecuzione—delle musiche già di sua proprietà. Furono necessarie lunghe e laboriose procedure statali e anche canoniche per rimuovere tale clausola. Tutto ciò ritardò nuovamente di molto, e talvolta addirittura impedì, la conoscenza e l’utilizzazione della raccolta. Nel 1936 Olga Rudge, segretaria dell’Accademia Chigiana di Siena, compilò un catalogo delle opere torinesi che ne permise una prima, sommaria conoscenza. Nel settembre 1939 si poterono finalmente riudire, a Siena, opere tratte dall’intera collezione Durazzo, rivedute e realizzate da A. Casella, V. Mortari e V. Frazzi. Il promotore e mecenate «Settimana Vivaldi», conte Chigi Saracini, presentando l’artista nel fascicolo dei programmi, doveva ancora dire di lui: «…uno dei più grandi ma anche meno conosciuti fra i musicisti del Settecento». […]

—Walter Kolneder

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