Il Pantheon, volta celeste di tutti gli dèi

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Il disastroso esordio di una lunghissima storia
Il Pantheon, tempio dedicato a tutti gli dèi (la parola deriva dal greco πανθέων “di tutti gli dèi”), era stato realizzato nel 27 a.C., nel luogo in cui la tradizione voleva fosse scomparso Romolo, per volere di Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto e ricordato nell’epigrafe dell’architrave, a glorificazione della gens Iulia. Un grave incendio l’aveva fortemente danneggiato nell’80 d.C., e un secondo lo distrusse del tutto nel 110 d.C., fatto che comportò la sua riedificazione da parte dell’imperatore Adriano tra il 118 e il 128. Quasi a voler riscattare le tormentate vicissitudini dei primi anni, il Pantheon costituisce oggi uno dei pochi templi conservatisi quasi interamente, grazie anche al fatto di essere stato dedicato al culto cristiano fin dal IV secolo.

La sezione dell'edificio rivela la sua geniale progettazione attorno a una sfera perfetta e a studiatissimi ulteriori rapporti proporzionali.
La sezione dell’edificio rivela la sua geniale progettazione attorno a una sfera perfetta e a studiatissimi ulteriori rapporti proporzionali.

La dimensione dello spazio divino
L’imponente edificio sorgeva in fondo a una piazza chiusa lungo i lati da portici e si articolava in due corpi distinti: un profondo prónaos ottastilo con colonne a capitello composito e fusto liscio di granito egiziano si innestava su una struttura cilindrica in laterizio, divisa in tre fasce orizzontali da due cornici e coperta da una grandiosa cupola.
La facciata si mostra come quella di un tempio greco, con le colonne sormontate dall’architrave e coronate dal frontone, ma già le dimensioni eccezionali del gigantesco vestibolo preannunciano la spazialità stupefacente dell’interno. La cella a pianta circolare ha un diametro di 43 metri, e pari altezza: misure del tutto straordinarie in un monumento antico.
Lungo la parete cilindrica si alternano inferiormente esedre semicircolari e nicchie rettangolari che creano intense vibrazioni luministiche, accentuate da colonne e lesene e dalla policromia delle tarsie marmoree. Una fascia marcapiano assai aggettante segna il passaggio al registro superiore, dove si aprono nicchie rettangolari sormontate da timpani, ampi specchi marmorei con cornici modanate, finestre cieche tra lesene.
Assoluto capolavoro di ingegneria è la cupola, realizzata in conglomerato cementizio e scandita da cinque registri di cassettoni decrescenti man mano che si sale verso la chiave di volta, dove si apre l’oculo, da cui penetra la luce. Il pavimento, rigorosamente ripartito in lastre marmoree geometriche policrome, esalta i volumi della struttura, rendendone percepibili le inedite dimensioni e in particolare la volta.

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Quod non fecerunt barbari…
…fecerunt Barberini! Che significa: ciò che non fecero i barbari lo fecero i Barberini. Recita così un famoso motto riferito al fatto che, oltre alle depredazioni che nel corso dei secoli privarono il Pantheon delle sue parti bronzee, come le decorazioni nel soffitto del prónaos e le tegole in bronzo dorato della cupola, da ultimo anche papa Urbano VIII Barberini provocò un ulteriore danno, disponendo che le suppellettili in bronzo scampate alle razzie venissero fuse per realizzare il baldacchino di San Pietro.

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