The Lament of the Nymph

Non havea Febo ancora
recato al mondo il dì,
ch’una donzella fuora
del proprio albergo uscì.

Sul pallidetto volto
scorgeasi il suo dolor,
spesso gli venia sciolto
un gran sospir dal cor.

Sì calpestando fiori
errava hor qua, hor là,
i suoi perduti amori
così piangendo va:

“Amor”, dicea, il ciel
mirando, il piè fermò,
“Dove, dov’è la fè che’l
traditor giurò?

(Miserella, ah più no, no,
tanto gel soffrir non può.)

Fa’ che ritorni il mio
amor com’ei pur fu,
o tu m’ancidi, ch’io
non mi tormenti più.

Non vo’ più ch’ei sospiri
se non lontan da me,
no, no, che i martiri
più non darammi affè.

Perché di lui mi struggo,
tutt’orgoglioso sta,
che sì, che sì se ‘l fuggo
ancor mi pregherà?

Se ciglio ha più sereno
colei che ‘l mio non è,
già non rinchiude in seno
amor sì bella fè.

Né mai sì dolci baci
da quella bocca havrai,
né più soavi, ah taci,
taci, che troppo il sai”.

Sì tra sdegnosi pianti
spargea le voci al ciel;
così ne’ cori amanti
mesce amor fiamma e gel.

—Ottavio Rinuccini, set to music by Claudio Monteverdi

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