Dante bifronte

È impressionante il numero delle sue compagnie bancarie e mercantili (le due attività erano quasi sempre congiunte): hanno la loro base in città, ma operano sull’intero scacchiere europeo e mediterraneo attraverso un sistema di filiali e di alleanze in grado di coprire i mercati più importanti, dalle Fiandre all’Inghilterra, dalla Francia al Regno di Sicilia, al Nord Africa. Il cuore della finanza fiorentina è il fiorino. Questa moneta di ventiquattro carati d’oro, che su una faccia aveva impresso il giglio simbolo della città e sull’altra l’effigie di Giovanni Battista, suo protettore, fu coniata a partire dal novembre 1252 e ben presto si impose come la principale moneta degli scambi internazionali, una sorta di dollaro dell’epoca, che aveva corso perfino tra i Saraceni. Il famoso teologo e predicatore domenicano Remigio dei Girolami arriva a proclamare che il fiorino era uno dei sette doni concessi a Firenze dalla Provvidenza. Lo sviluppo economico e l’accresciuto ruolo di Firenze come potenza regionale provocano un cospicuo fenomeno di inurbamento, alimentato non solo dall’immigrazione di manodopera dal contado, ma anche dall’insediarsi in città di proprietari terrieri e di detentori di diritti feudali, nonché di artigiani, giudici, avvocati e notai provenienti da altri centri urbani.

Niente di tutto ciò piaceva a Dante. Per lui il fiorino era un «maladetto fiore» sbocciato dalla corruzione. Era il simbolo tangibile del pervertimento della società. I nuovi potenti, divenuti tali grazie agli affari, avevano sostituito il guadagno alle virtù civiche e militari delle antiche famiglie magnatizie. La grandezza, la confusione, l’attivismo di una città nella quale nobili e popolani erano tutti dediti a una qualche occupazione economica suscitano in lui il rimpianto della piccola Firenze di cent’anni prima, della città che, «dentro da la cerchia antica» delle mura, viveva sobriamente, ma con decoro, pace e pudicizia, e regolava i tempi della giornata lavorativa sul suono delle campane della Badia. I fiorentini allora si sentivano parte di una comunità ristretta, rispettosa di gerarchie sociali immutabili («fida cittadinanza»), ignara degli sconvolgimenti prodotti dall’arrivo dei forestieri del contado («la gente nova») e dai rapidi arricchimenti di famiglie senza passato («i sùbiti guadagni»).

Nessuno, a quei tempi, avrebbe potuto prevedere che i Guidi, i conti per antonomasia, si sarebbero dovuti piegare ad avere residenze in città, proprio nel vicinato degli Alighieri; ma, peggio ancora, che quelle case poi sarebbero state acquistate dai Cerchi, una famiglia di origini oscure immigrata dalla Val di Sieve. E tanto meno i felici abitanti dell’antico San Pier Maggiore avrebbero immaginato che un giorno nel loro quartiere si sarebbe sparso il «puzzo / del villan d’Aguglion», del giurista Baldo proveniente dal castello di Aguglione in Val di Pesa. Durante l’esilio Dante sarà sferzante nei confronti dei Cerchi e, ancor più, di Baldo d’Aguglione: i suoi giudizi nasceranno dalla delusione, perché lui a Firenze era stato uomo dei Cerchi, e dall’odio personale, perché anche con Baldo, prima che questi diventasse suo nemico, per un breve periodo aveva avuto una qualche consonanza politica. E tuttavia Dante, sebbene rispetto agli umanisti alla Petrarca, così brillantemente internazionali e super partes, appaia per carattere e per formazione uomo di municipio, in realtà non fu mai in sintonia con la società fiorentina, nemmeno quando godeva dei diritti di cittadinanza. Ne avversava proprio la modernità, cioè il progresso economico e la mobilità sociale. Tra le molte contraddizioni della sua personalità spicca il modo antitetico nel quale egli valuta le innovazioni a seconda che incidano sulla sfera artistico-culturale o su quella politico-sociale. Dante ritiene, ed è un pensiero del tutto originale, che lo scorrere del tempo abbia un ruolo decisivo nel trasformare i fenomeni culturali: le lingue naturali sono instabili e incessantemente mutevoli; le arti e la letteratura sono anch’esse in movimento: Franco Bolognese supera l’arte di miniare di Oderisi da Gubbio, Giotto soppianta Cimabue, Cavalcanti toglie a Guinizelli la gloria della lingua, il «dolce stil novo» si lascia alle spalle tutta la produzione lirica da Giacomo da Lentini a Guittone d’Arezzo e Bonagiunta da Lucca. Ebbene, l’intellettuale che mostra di avere una così acuta percezione della storicità dei fenomeni culturali, quando volge lo sguardo alle dinamiche sociali, economiche e politiche della sua epoca vorrebbe bloccare il corso della storia, anzi, riportare indietro le lancette dell’orologio. Rifiuta in blocco gli assetti produttivi basati sulla manifattura, il commercio e la finanza, il rimescolamento del tessuto sociale dei Comuni da essi prodotto (la «cittadinanza, ch’è or mista»), le nuove forme signorili di governo (che lui chiama «tirannidi»), il deperimento delle giurisdizioni feudali, la centralità della finanza nei rapporti tra Stati e signorie. Dante considera il dinamismo sociale degenerazione dei costumi e perversione dei valori; la perdita di ruolo e di potere degli antichi ceti dominanti, caduta dei pilastri dell’ordine comunitario; la concorrenza aspra tra le città e l’affermarsi di istituzioni signorili, disordine esiziale per la pacifica convivenza della cristianità. È convinto che la salvezza verrà solo ritornando indietro alla serena e domestica Firenze premercantile, all’epoca in cui la cristianità poggiava sull’equilibrio tra i due «soli» (papato e impero), a un assetto sociale gerarchico e stabile imperniato sulla nobiltà feudale. Tornare indietro e bloccare il tempo. Ricostituire un mondo immobile, garantito da un disegno istituzionale immutabile, simile in questo all’eterna corte celeste del Paradiso.

Sebastiano Ricci, "Paesaggio con rovine classiche e figure" (1725)

[www.lavitadidante.it]

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