La Firenze di Dante

La Firenze in cui Dante ha vissuto fino all’età di trentasei anni non assomigliava alla città che poi sarebbe diventata famosa nel mondo per i suoi monumenti architettonici.

Ovviamente, non c’erano né il campanile di Giotto né la cupola di Brunelleschi né i palazzi dell’età medicea, ma non si ergevano ancora neppure Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore. La Firenze di Dante è una città medievale: un intrico di vie strette, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abitazioni, fondaci, botteghe e magazzini intervallato qua e là da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose, ma di piccole dimensioni; le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli. I grandi clan familiari le costruiscono in parte per segnalare il loro potere, ma soprattutto a difesa delle case e delle botteghe sottostanti e come postazioni elevate dalle quali colpire in un vasto raggio intorno. Difendersi e minacciare erano operazioni entrambe necessarie in una città nella quale le rivalità tra privati e gli odi di parte degeneravano in violenze e scontri quasi quotidiani. Insomma, a disegnare il profilo della città erano le torri e i campanili, non architetture monumentali, civili o religiose.

Sarà solo verso la fine del secolo che cominceranno i lavori per alcuni grandi progetti architettonici che ancor oggi plasmano l’immagine di Firenze. Nel maggio 1279 i domenicani del convento di Santa Maria Novella pongono solennemente la prima pietra di una chiesa che nelle loro intenzioni sarebbe dovuta diventare una delle più grandi d’Italia; nel 1284 è rinnovata (forse dal grande architetto Arnolfo di Cambio) la vecchia Badia; nell’ottobre 1295 i francescani iniziano la costruzione di Santa Croce; l’anno dopo comincia la trasformazione, su progetto di Arnolfo di Cambio, dell’antica ma piccola cattedrale di Santa Reparata nell’imponente Santa Maria del Fiore; nel febbraio 1299, sempre su progetto di Arnolfo, prendono il via i lavori del Palazzo dei priori (poi detto della Signoria e, infine, Palazzo Vecchio). Sono imprese la cui realizzazione richiederà anni di lavoro, alcune addirittura secoli.

Nell’ultimo periodo in cui ha abitato a Firenze, Dante ne ha visto i cantieri, ha passeggiato sotto le impalcature. Quei maestosi edifici, però, non hanno fatto in tempo a imprimersi nel suo immaginario come nuovi simboli della città. Nemmeno il duomo di Santa Maria del Fiore, che pure, benché lontano dall’essere completato, già veniva utilizzato (e celebrato come nuova gloria cittadina) quando lui viveva ancora a Firenze. Dante non lo nomina mai. Al centro dell’immagine della città che egli si porta dietro nell’esilio resta il Battistero di San Giovanni. Fino agli inizi del Trecento il suo «bel San Giovanni» era stato non solo l’edificio più grande e più riccamente decorato di Firenze, ma il tempio cittadino per antonomasia, quello in cui si svolgevano le più significative cerimonie liturgiche, in cui il Comune custodiva il carroccio e depositava i trofei di guerra. Nessun’altra costruzione faceva concorrenza a questo simbolo religioso e civile della città.

Insomma, la Firenze in cui Dante nasce e trascorre la prima parte della vita non è una città che si imponga per la grandiosità dei monumenti o lo sfarzo dei palazzi. La sua rivale storica, Pisa, per numero, dimensioni e ricchezza degli edifici (si pensi solo al complesso marmoreo duomo-battistero) forniva ben altro colpo d’occhio. Firenze, però, non era una città piccola (intorno al 1280 contava tra i quaranta e cinquantamila abitanti, pertanto era fra le più ragguardevoli in Europa) e, soprattutto, era in piena espansione, mentre Pisa era in declino. Già intorno alla metà del Duecento la cerchia di mura che alla fine del secolo precedente aveva sostituito l’antica cinta romano-bizantina si era rivelata insufficiente: al di là del perimetro murario erano sorti monasteri, chiese, borghi di notevole dimensione. E così, a cominciare dal 1285, si procedette a costruire una terza cerchia fortificata, i cui lavori terminarono solo nel 1333. Essa, alla fine, aveva un perimetro di otto chilometri e mezzo; del resto, a quella data la popolazione era quasi raddoppiata rispetto a quella del 1280.

John William Waterhouse, "Decameron" (1916)

[www.lavitadidante.it]

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