Vita ed Opere di Donato Bramante

11.03.14: 500th anniversary of the birth of Donato Bramante (1444-1514).

sanpietromontorio

La vita
Donato di Pascuccio di Antonio, detto Bramante, nasce nel 1444 nel Ducato di Urbino, fervente centro culturale dell’Umanesimo, in un piccolo paese detto Monte Asdrualdo (oggi Fermignano). Inizia molto giovane il suo apprendistato artistico presso la bottega di fra’ Carnevale, dove diviene pittore “prospectivo”, cioè specializzato nel realizzare le scene architettoniche poste da sfondo alle rappresentazioni. Con molta probabilità, partecipa al cantiere del Palazzo Ducale di Federico da Montefeltro, come appartenente alla sua bottega. Lo studio dell’arte nell’ambiente ricco e colto di Urbino lo porta in contatto con autori quali Mantegna, Piero della Francesca, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì. Nel 1476 Bramante decide di spostarsi verso il settentrione. L’anno dopo è a Bergamo, dove lavora come pittore, affrescando la facciata del Palazzo del Podestà, con soggetti di filosofi in inquadrature architettoniche. Codesta esperienza, inserita forse in un contesto di aggiornamento della città da un punto di vista artistico, si esaurisce brevemente e Bramante decide di recarsi a Milano, ove resterà a lungo. Vi approda per la prima volta nel 1478, forse su richiesta di Federico da Montefeltro, che invita l’artista ad eseguire dei lavori sul suo Palazzo a Porta Ticinese, dono di Galeazzo Maria Sforza. Pochi anni più tardi, la sua presenza a Milano è stabile. Ne è testimonianza l’Incisione Prevedari, realizzata su suo disegno. Fino ai primi anni ‘90 del Quattrocento, Bramante continua la sua attività di pittore; realizza, infatti, gli “Uomini d’arme”, il “Cristo alla Colonna” e gli affreschi – non di certa attribuzione – in casa Fontana Silvestri. Ivi Bramante conosce Leonardo e i due rimangono legati da una solida amicizia, lavorando insieme anche nei cantieri del Castello Sforzesco e di Santa Maria delle Grazie. Tra l’80 e il ‘90, l’artista lavora alacremente come architetto.
Nel 1492 progetta la tribuna di Santa Maria delle Grazie, imposta la Sagrestia Vecchia e il chiostro minore. Nello stesso periodo progetta la canonica di Sant’Ambrogio – rimasta incompiuta – e nel 1497 i due chiostri del monastero cistercense di Sant’Ambrogio, la cui realizzazione sarà effettuata da altri. E’ il tempo dell’occupazione francese di Milano; molti artisti, fra i quali Leonardo, lasciano la città.
Alla fine del 1499, anche Bramante si allontana definitivamente e si trasferisce a Roma, ove si fermerà. A lui si deve la realizzazione del Chiostro di Santa Maria della Pace, del Tempietto di San Pietro in Montorio e del Cortile del Belvedere. Roma è il luogo d’incontro e di confronto con architetti quali fra’ Giocondo, Giuliano da Sangallo e Baldassarre Peruzzi, oltre che con le menti geniali di Raffaello e Michelangelo. Nel 1506, Giulio II nomina Bramante architetto pontificio, incaricandolo della demolizione e ricostruzione dell’antica basilica costantiniana di San Pietro. Il progetto del Bramante è originale e grandioso, ma egli muore prima di portarlo a termine, nel 1514.

Le opere
Influenzato dagli insegnamenti di Piero della Francesca, Bramante artisticamente nasce come pittore. Malgrado il praticantato iniziato in gioventù, nel Ducato d’Urbino non vi è alcuna traccia di sue pitture. Restano invece sue testimonianze a Bergamo, luogo dove egli si reca ad affrescare il Palazzo del Podestà, e a Milano. Qui egli affresca la Casa Panigarola, dalla quale provengono un “Uomo con lo spadone” ed “Eraclito e Democrito”, oggi conservati a Brera. Più celebre resta, invece, il “Cristo alla colonna” dell’Abbazia di Chiaravalle, figura imponente vista dal basso e tratteggiata con netto contrasto chiaroscurale.

Donato Bramante, Cristo alla colonna (1490)

Le notizie sulle attività pittoriche del Bramante negli anni ‘70 non sono molto precise. Si sa per certo che egli era affermato pittore “illusionista”, ossia creatore di prospettive e d’architetture fittizie. Il ciclo degli “Uomini d’arme” della casa Panigarola ne è esaustivo esempio: gli uomini vi si trovano collocati su guglie, piedistalli e vasi, ed inseriti in un complesso di architetture finte.
Le testimonianze dell’opera architettonica rimangono, invece, più note e significative. La strada che Bramante apre in architettura è del tutto originale. Nel 1482, egli cura la sistemazione della Chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano e ne rinnova anche il battistero. L’edificio è grandioso per il rapporto tra lunghezza e larghezza e all’interno il Bramante realizza un perfetto trompe l’oeil sulla parete retrostante l’altare della navata maggiore, che dà l’impressione di proseguire, tramite un braccio longitudinale con volta a botte, la navata centrale. Questo non è solo un artificio, è il modo in cui il Bramante riequilibra gli spazi della chiesa a croce commissa, assimilandola ad una croce greca. La percezione visiva è di una magnifica vastità spaziale, seppure creata dalla prospettiva di una parete dipinta.

bramante

Mentre Leonardo dipinge la sua “Ultima cena” nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, Bramante è chiamato a costruire la tribuna all’interno della chiesa. Egli concepisce la tribuna come uno spazio cubico, aperto al termine della chiesa, con annesse absidi semicilindriche sporgenti sui tre lati liberi, sormontate da una cupola a sedici spicchi. E’ probabile che per l’opera egli abbia preso ispirazione dalla Cattedrale di Parma. Il risultato di questa costruzione è uno sviluppo grandioso dello spazio interno e un effetto monumentale di quello esterno.
Come molti altri artisti, alla caduta di Ludovico il Moro, Bramante lascia per sempre Milano e si reca a Roma, dove rimarrà fino alla morte. Il suo maestoso classicismo, la concezione di vastità spaziale caratterizzanti la sua opera si fondono perfettamente con l’immagine di Roma, con i suoi monumenti antichi e la sua storia.
Qui Bramante realizza il chiostro di Santa Maria della Pace, forse il cortile di Palazzo della Cancelleria ed il Tempietto di San Pietro in Montorio, unanimemente considerato il suo capolavoro. Innovatore perché profondamente amante dell’originalità nel recupero dell’antico, Bramante è l’unico architetto ad integrare l’antichità nel moderno. Il tempietto è a pianta circolare, sormontato da cupola e circondato da colonne tuscaniche. In una perfetta compenetrazione d’architettura ed atmosfera, esso è stato giustamente definito “una forma architettonica proiettata nello spazio”. L’opera è la più compiuta del maestro.

montorio

Molte altre realizzazioni romane del Bramante sono state pesantemente rimaneggiate—dal Palazzo di Giustizia ai Palazzi Vaticani alla Basilica di San Pietro—e non permettono un esame soddisfacente della sua concezione architettonica. Nel 1506, il 18 aprile, Giulio II benedice la prima pietra della Basilica di San Pietro. È Bramante l’architetto pontificio, ma il suo progetto resterà incompiuto. Solo a metà del secolo successivo, Bernini darà alla chiesa pontificia l’aspetto attuale. L’idea di Bramante prevede una croce greca, considerata ideale nel Rinascimento, con quattro absidi semicircolari, quattro campanili angolari, quattro cupolette e un’enorme cupola centrale. Ciascuna delle parti è coordinata al tutto, secondo l’ideale rinascimentale. Pure, la pianta così concepita va contro la tradizionale idea cattolica longitudinale dell’edificio, che pone i fedeli nella stessa posizione d’ascolto del sacerdote e quest’ultimo in posizione di guida. Solo i disegni del Bramante e del suo collaboratore Peruzzi, oggi, restituiscono un’idea della concatenazione ritmica di linee curve della chiesa voluta dall’architetto. E forse, ancora di più, restituiscono la suggestione due affreschi del Raffaello, nelle Stanze Vaticane, in cui egli interpreta le architetture del Bramante in maniera personale.

SaintPierre

Bramante in letteratura
“Fu di facundia grande ne’ versi”, scrive nel 1521 il Caporali su Donato Bramante. L’architetto e pittore italiano, celebre quale maestro d’originalità rinascimentale, all’epoca è lodato sovente per la sua letteratura. Certo è che l’età di Ludovico il Moro è caratterizzata da una smodata e spesso poco preziosa produzione di poesia adulatrice. La Milano degli Sforza è luogo della corte per eccellenza, dunque del lusso e dell’ostentazione, dei quali fanno parte la celebrazione letteraria e il motto burlesco. In detto contesto, scrivono versi Isabella e Beatrice d’Este ed il Bramante stesso. Egli sembra essere autore di pungenti sonetti burleschi, dei quali i suoi contemporanei fanno menzione. Poco o nulla a noi è rimasto, ma alcuni versi sono sufficienti a farsi un’idea delle capacità dell’artista e, soprattutto, del suo spirito. I suoi sonetti non hanno carattere mitologico o allegorico, ma sono piuttosto una lamentela in chiave satirica delle proprie condizioni economiche. Stando a ciò che il Bramante stesso scrive, egli vive in quasi totale miseria con vesti logore e di stracci: “Erno le calze mie tutte stracciate, unte più che tovaglie da taverne, tal che i ginocchi per pietà fraterne, l’un pianse ad un balcon, l’altro andò frate”. Il fatto che l’artista si confronti con la letteratura è indicativo della sua posizione a corte.
Tale situazione è avvalorata anche da quanto su di lui si scrive. Gaspare Visconti e Bernardo Bellincioni ingaggiano intorno al Brunelleschi una tenzone poetica per volere della duchessa di Milano. Il Guarna ne delinea un ritratto caricaturale spassoso: in un poemetto satirico, il letterato accredita la fama di “maestro ruinante”, attribuita al Bramante per la demolizione della basilica costantiniana di San Pietro. Guarna immagina che Bramante, dopo la morte, si presenti alle porte del Paradiso. Qui San Pietro si mostra adirato per la demolizione della sua chiesa, ma l’artista non sembra affatto pentito, anzi propone la costruzione di una scala a “lumaca” con la quale si possa salire fin lassù comodamente; pretende, inoltre, di riprogettare il Paradiso e, se ciò non fosse accettato, minaccia di rivolgersi a Plutone per la ristrutturazione dell’Inferno.

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